IO: Maurizio Racconta la storia dei New Dada e tutta la verità  (Ciao Amici, 1964)

Maurizio nella redazione di Ciao amici e nella tipografia: ha lavorato un giorno intero al suo servizio.

Fa freddo e sono solo: ricordo tutto, nel mio cervello è tutto lucido. Siamo nel 1964, due anni fa e sembra ieri.

Maurizio Arcieri

Io sono ancora un ragazzo tranquillo, di quelli che studiano a sufficienza e non di più e che hanno tutto quello che un ragazzo di venti anni può desiderare. Ma non ho ancora idee chiare per l’avvenire.

Intanto, da un’altra parte della città, quattro miei coetanei hanno l’idea: Giorgio, René, Franco e Ricky mettono assieme un complesso che si chiama i Gentlemen. Suonano nelle feste studentesche e hanno già i loro fans. Ma i quattro non sanno ancora cosa voglia dire beat, chi siano i Beatles e che sta per esplodere la più grossa bomba musicale di tutti i tempi.

E un giorno ci incontriamo. Sapete come capita: è il destino che si diverte a mettere assieme certe persone che prima si ignoravano completamente e non sapevano neppure dell’esistenza reciproca. Mi invitano a fare una prova: non è facile, per me, perché non ho mai cantato con un complesso. Si discute, anche perché io ho qualche idea precisa: non credo che interessi più ai giovani il genere Shadows, credo che sia una cosa superata, ormai. Ne parliamo per ore e dico le mie idee: voglio che si affronti una situazione nuova. E finalmente riesco a convincere Giorgio, René, Franco e Ricky. È altra roba deve sostenerci per il nome: New Dada!
Mi viene in mente e loro mi guardano a bocca aperta.

IL NOME ALL’IMPROVVISO

René dice: «Che cosa vuoi dire?» Io vorrei essere sincero e dire che mi è venuto in mente così, all’improvviso e che poi veniva bene. Ma gli spiego che cosa era il dadaismo e che cosa significa pittura, scultura, arte dada, un movimento artistico del principio del secolo che vuole rivoluzionare tutto, e che vuole riportare l’arte alla forma pura. Penso che anche le mie idee non siano troppo chiare, ma non mi perdo in altre parole. Franco e Ricky sono impressionati dalle mie parole e decidono che quello è un nome formidabile. Nascono così i New Dada.
Dopo qualche giorno che si prova in una cantina del centro di Milano, io penso che bisogna aggiungere un sesto elemento: ho sentito dei dischi americani e ho avuto delle forti impressioni da certi suoni che si ottengono con l’organo. L’organo deve essere il nostro sesto strumento.
C’è un certo Ferry, in giro, un tipo esile e con la faccia da pensatore addormentato, che suona abbastanza bene questo strumento.
Lo invitiamo nella nostra cantina, si prova e si decide che va benissimo. A Milano, intanto, la gente non si accorge di nulla: non si rendono conto, i ragazzi, che stanno per nascere questi tipi scatenati che fra qualche mese li travolgeranno. Io penso a queste cose camminando per la strada, passeggiando per via Montenapoleone, e quando fuggo via perché devo andare a provare, dico agli amici che mi aspetta la ragazza: è un segreto, quello dei New Dada, un segreto che nessuno di noi tre infrange.

Maurizio Arcieri

CAMBIAMO BATTERISTA

Poi Ferry convince tutti che dobbiamo cambiare il batterista: Ricky è abbastanza bravo, credetemi, ma Ferry assicura che un certo Pupo, allievo di Pupo De Luca, batterista di jazz, è il tipo che fa per noi. Vado a sentire questo Pupo, che suona con Paki e Paki, e mi convinco che Ferry ha ragione. Pupo è proprio bravo. Ricky ci lascia e credo che quel giorno quando è uscito dalla cantina per l’ultima volta abbia anche pianto: si era affezionato a noi.
Si comincia a lavorare al Gallery, un locale di piazza San Babila, si guadagna tremila lire per sera. È una cosa da ridere: tremila a testa, basta appena per il taxi che pigliamo tutte le sere per tornare a casa. Ma dicono che l’inizio duro e difficile ci vuole; che anche i Beatles sono passati da queste miserie. E poi, lo sapete, il problema del denaro non esiste per noi. È l’estate e arriva la grande ventata beat: giugno e arrivano i Beatles. Leo Wachter, il nostro impresario, il primo uomo che ha creduto in noi, organizza la tournée del formidabile gruppo di Liverpool e inserisce anche noi nelle compagnie.

LA PACCA DI RINGO

Noi lavoriamo nel primo tempo: al Vigorelli di Milano c’è un mare di folla. Io ho quasi paura, cantiamo tre pezzi, la voce mi trema al principio, poi mi accorgo che i ragazzi si scaldano, che funziona tutto perfettamente e allora anche io mi scateno e mi scaldo. Alla fine andrei avanti ancora per un’ora. E intanto di là, negli spogliatoi, sono già arrivati loro, LORO, Ringo, John, Paul, George.
Li vedo appena scendiamo dal palco, Ringo mi strizza l’occhio e mi dà una pacca sulla spalla dicendo, in italiano, «bravo!». Questo è il lancio dei New Dada.
Comincia la scalata ed è una scalata dura e faticosa, ma anche piena di soddisfazioni: i dischi iniziano a essere venduti bene. Leo, l’uomo che fa per noi, è instancabile e dritto come deve essere un manager, non ci dà tregua ma tutti noi siamo contenti che, sotto la sua direzione, nel giro di poco tempo possiamo diventare veramente qualcosa di formidabile. Si guadagna molto. E cominciano anche le prime liti: è fatale che sia così, le discussioni, specie fra tipi che sono abituati a parlare come noi, sono ovvie. E io ascolto, dico la mia, e poi me la squaglio: non mi piace discutere, mi piace prendere aria, quando è possibile.

LE FAMIGLIE ALLE SPALLE

Maurizio Arcieri

Le famiglie sono alle nostre spalle: anzi la presenza di queste famiglie spesso disturba. Le mamme, le nonne, le zie, le cugine: quasi tutte donne scatenate preoccupate dei nostri successi, sensibili alle facili faccende artistiche, sollecite del nostro valore. Io riesco a fare tacere anche queste voci. Quando vedo che sia, scappo! Ora si crea il problema del secondo posto: avete mai pensato che in un gruppo musicale c’è sempre un divo? E io sono il divo dei New Dada, non posso permettermi false modestie. Il problema del secondo posto si crea con l’affermazione della personalità di Pupo, un tipo che confesso non mi è molto simpatico, ma ha il suo carattere e ognuno ha diritto di avere le proprie manie e i propri tic. Pupo diventa il secondo del gruppo.
Ma questo dà fastidio a qualcuno, particolarmente a Ferry. La situazione si deteriora, diventa marcia, direi, con il passare dei mesi. Al Cantagiro, Pupo raccoglie le sue buone parte di applausi, perché suona bene la batteria e perché ha molto bene la scena: rincorre i piatti bianchi, il gesto delle mani aiuta all’inizio di ogni pezzo. Sono cose che funzionano davanti a diecimila persone e a me non danno nessun fastidio, ma Ferry continua a mordere il freno.
E quando arriviamo alla tournée di Antoine, la situazione precipita. Ferry, Franco e René sono stanchi di Pupo, non lo vogliono più e ne parlano con me, che sono ammutolito a casa. Io dico che va bene ma che prima di tutto bisogna parlarne con Leo, io non voglio fare nulla senza Leo, che per noi è stato più che un padre. Ma quelli non vogliono attendere e prendono l’iniziativa, senza di me si presentano da Leo e dicono che non vogliono più Pupo. Leo risponde che per lui Pupo va benissimo e che non è d’accordo a cacciarlo via. E allora Ferry, René, Franco se ne vanno: Ferry a Leo aveva posto l’alternativa «O io o Pupo». E nella lettera pubblicata qualche giorno dopo da Ciao amici, loro hanno scritto «Ce ne siamo andati». Quindi — è questo che mi interessa chiarire — non siamo stati noi a cacciarli ma sono stati loro ad andarsene. Io avevo raccomandato: «Cerchiamo di andare d’accordo», ma loro non mi hanno voluto dare retta.


Questa è la verità, questa è la storia vera della nostra crisi. La realtà è che ora i New Dada, quelli veri, siamo noi. Abbiamo provato intensamente. Abbiamo anche lavorato molto, pensate che abbiamo già fatte 25 serate in mezza Italia. E a Torino, dove eravamo stati già tre mesi fa, abbiamo popolato al Le Roy. E deve dirvi anche che gli impresari chiedono sempre prima di firmare il contratto con i New Dada «Ma sono quelli veri, quelli con Maurizio?».
Questo non ve lo dico per vantarmi, ma perché, come ho detto prima, nei gruppi deve esistere il personaggio. Forse soltanto i Beatles possono ignorare questa realtà, anche perché tutti e quattro sono personaggi, ma per gli Stones funziona Mick e il numero due è Brian, no?
Faremo Capodanno a Catania, per l’inaugurazione di un Piper, il nostro cachet è di 700 mila lire a serata, siamo il complesso meglio pagato dopo l’Equipe 84. Credo che sia assurdo quello che hanno fatto gli altri, Ferry & C. che, invece di lavorare, di formare il complesso, si sono scatenati con gli avvocati, hanno depositato il nome New Dada alla Camera di Commercio, non pensano che questo è assurdo, perché allora io potrei depositare alla Camera di Commercio il nome Beatles, ma questo non significa che io sia i Beatles. Il nostro nuovo disco ha un titolo simpatico: «Non c’è bisogno di camminare».
Io personalmente ho anche dei programmi interessanti: un film, per esempio, con il regista Tunilla, a fianco di Geraldine Chaplin. E poi approfitto delle pagine che mi concede Ciao amici per dirvi, amiche, che non sono affatto fidanzato.
Ho 22 anni, la mia taglia è 44 e il mio tipo di donna ideale deve avere occhi grandi, capelli lisci e lunghi, corpo scattante e deve essere spregiudicata e moderna. Non ho altro da dirvi: siete vicini ai New Dada e grazie ancora a Ciao amici, il vero giornale dei giovani, che ha voluto darmi la possibilità di scrivere finalmente la storia dei New Dada e tutta la verità.

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