Vero e finto punk nell’Italia dei tardi settanta

Mentre all’estero, fra l’estate del ’76 e l’inizio del ’77, il punk iniziava a essere documentato su disco, da noi la confusione regnava sovrana; del nuovo trend si parlava quasi sempre a sproposito, con il risultato che i media e il grande pubblico lo vedevano come una grottesca burla da cialtroni, magari con simpatie destrorse.
A quarant’anni di distanza, leggere la massima parte di quanto venne scritto dalla stampa (specializzata e non) provoca raccapriccio, ma che andasse in quel modo è più che comprensibile: in troppi si fermavano alle pittoresche manifestazioni esteriori e in troppo pochi comprendevano che quella musica grezza, sporca e degenerata incarnava l’ambizione di recuperare lo puro e minaccioso del rock’n’roll delle origini.
A intorbidare le acque c’era poi un altro problema: il punk reale o presunto suscitava scandalo ma faceva pure notizia, e tutti sanno bene che su ciò che crea scalpore può valer la pena di tentare di speculare. Come spiegare, altrimenti, la mise sfoggiata dalla debuttante Anna Oxa al Festival di Sanremo del1978 o la parodia di Andrea Mingardi con il brano Pus, a base di “la mia ragazza è qui che mastica / e guarda affascinata la mia svastica / io per perforo una narice / poi le infilo le dita nella spina / che coi capelli dritti è più carina“?
O, ancora, le conversioni alla neonata filosofia di un bel numero di musicisti e discografici con tutt’altro background?
Nessuno afferma che le folgorazioni siano state sempre posticce, ma molto di ciò che ci è stato tramandato dalle cronache e dai vinili dell’epoca lascia più di un dubbio. La prima domanda da porsi è scontata: nei Settanta è esistito un autentico punk italiano? La risposta è affermativa.
Peccato, però, che pochi dei suoi esponenti siano arrivati al disco e che quasi tutti coloro che ci sono riusciti – impresa al tempo non facile -siano dovuti passare sotto le forche caudine di produzioni di studio levigate/inadeguate; fino al 1979 delle prime uscite indipendenti, i vinili “punk” vedevano infatti la luce per etichette major o comunque inserite nel sistema, con relative edulcorazioni.
Inoltre, ad aumentare il caos, il marchio punk veniva impropriamente applicato su ogni band o solista un minimo fuori dagli schemi abituali: ad esempio, Faust’O, Underground Life, N.O.I.A., Confusional Quartet o X-Rated, che traendo spunto dal “classic rock” ambiguo e decadente di David Bowie, Roxy Music e Lou Reed e/o strizzando l’occhio all’elettronica erano a già protesi verso il post-punk.
Non è del resto un mistero che, nel Bel paese, il punk e il suo “post” giunsero assieme, intrecciandosi spesso in curiosi ibridi.

Eloquente il caso dei Chrisma di Maurizio Arcieri, nei Sessanta stell(in)a alla guida dei New Dada, e della più giovane Christina Moser, sua compagna di vita, che confezionarono la prima testimonianza della new wave tricolore, cantata peraltro in inglese.
Supervisionato in studio da Niko Papathanassiou (fratello di Vangelis), CHINESE RESTAURANT (Philips 1977) non è punk ma con il punk ha punti di contatto nell’energia (si pensi a Black Silk Stocking o Wanderlust), nelle atmosfere malsane, nel look della coppia e nel comportamento dal vivo (dicono, ma chissà se è vero, che una volta per eccesso di foga Arcieri si recise mezzo dito, riattaccatogli in ospedale).
Fu tuttavia un breve flirt, al quale seguì la (fruttuosa) conversione a un valido rock-pop tecnologico e ballabile: ma quale “no future”, ai due il (loro) futuro interessava eccome.
Il debutto dei Chrisma ottenne buoni riscontri commerciali e l’exploit inculcò tra i discografici la bislacca idea che l’Italia potesse essere terreno fertile per una replica in chiave autoctona della “great r’n’r swindle” di Malcolm McLaren e Sex Pistols, e così il potente gruppo Phonogram accolse nella sua scuderia anche i torinesi Rancid X e i triestini Revolver. (…)
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