NOTE DI COPERTINA – Chinese Restaurant – Chrisma, Polydor, 1977

Il punk-not-punk londinese di una coppia da sempre in anticipo sui tempi

di Donato Novellini

Chinese Restaurant - Chrisma, Polydor, 1977

Mentre per taluni, da Enrico Ruggeri ai ritardatari CCCP-Fedeli alla Linea (l’esordio Ortodossia è addirittura dell’84, quindi già revival) passando da Bologna coi Gaznevada o a Pordenone col Great Complotto, la faccenda della primogenitura punk tricolore sembra sfociare nella leggenda dai connotati nostalgici, per altri, ad esempio i Chrisma, l’appartenenza al genere parve già obsoleta nel ’77, quando nel Regno Unito furoreggiavano giubilanti i Sex Pistols.

Trasferitisi oltremanica, annusando l’aria di novità dopo eoni di rococò progressive e folk politicizzato, Maurizio Arcieri (ex New Dada, talentuoso quanto belloccio da fotoromanzo) e la sensuale moglie Christina Moser assorbirono colà meglio d’altri in Italia si direbbe di tutti, infatti parvero a pubblico e critica come due marziani provenienti dal futuro – lo spirito DIY del tempo; ma soprattutto preconizzarono, attraverso l’innesto sul corpo rock di massicce dosi d’elettronica, ciò che da lì a poco avrebbe preso nome New Wave.

Per certi versi affini ai primi Ultravox, originali e insofferenti alla stanca ripetizione di formule date, sperimentatori raffinati tanto quanto genialmente pop, talvolta addirittura riciclanti sonorità Euro-disco frammiste a decadenti languori e a fughe cosmiche, i due presero dal punk solo l’essenziale, ovvero ciò che si potrebbe definire attitudine: la rottura d’un codice per generare la libertà di fare altro, ad esempio qualcosa di “moderno”.

Il loro primo disco Chinese Restaurant nulla contiene del cliché rock’n’roll velocizzato modello “hey! ho! let’s go!”, piuttosto riadatta la torbida matrice Velvet Underground a inedite sintesi futuriste, mescolando sotto l’egida di Vangelis molte ispirazioni assai diverse tra loro.
Ovviamente l’Italia pigramente sanremese non si dimostrò minimamente pronta alla radicale novità, tantomeno quella classicamente rock impreparata pure al seguente capolavoro ancora più avanguardista Hibernation.

I due, cosmopoliti pionieri di nuovi media e assai attenti all’estetica, affidarono a Veronique Skavinska l’immagine di copertina, così come gli altri scatti della busta, connotati da uno stile immediato, documentarista, notturno metropolitano prettamente londinese fine ’70, versante sobborghi China-Town; in copertina messi di spalle (in spregio al pubblico?), sul retro la coppia si concede all’obiettivo tra imballaggi di cartone, sotto i logogrammi al neon delle attività commerciali orientali.

Entrambi bellissimi in tenuta punk-minimalista con cravatta sottile allentata, spille e pantaloni in pelle, testimoni di cosa volesse dire stare a Londra in quegli anni di fermento.
I Chrisma c’erano, molti altri sarebbero andati lassù dopo, forse troppo tardi, quando dell’incendio punk non restavano che i souvenir e i figuranti con creste colorate a Camden; ma a quel punto la coppia Arcieri/Moser era già lontano, diretta verso altre e nuove forme espressive, architetture sonore destinate, nonostante i successi anni ’80, ad essere comprese sempre in ritardo, talvolta mai, com’è dell’arte veramente libera.

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