Cos’è sato il beat in Italia? Quali sono stati i protagonisti di questo movimento che ha rotto le barriere ed i limiti della musica leggera specie verso la metà degli anni sessanta? Dove sono finiti? Una risposta al primo suono made-in-Italy
Ad accorgersi del boom della musica beat furono per primi i negozi di strumenti musicali, gli importatori italiani di celebri marche estere, esperti in bassa frequenza e tecnici vari. Subito dopo se ne accorsero i tabaccai, per il quantitativo di cambiali smerciate. Dopo di loro gli uscieri delle case discografiche, costretti ogni giorno a spiegare a dozzine di ragazzetti che loro non erano in grado di offrire provini discografici a nessuno. I discografici veri e propri, la stampa specializzata e il pubblico furono gli ultimi ad accorgersene. I discografici, ancora non al livello dell’attuale industrializzazione, erano molto lontani dal vedere l’effettivo valore musicale; andavano o a naso o seguendo alla lettera i dettami esteri.

Da un punto di vista strettamente musicale l’origine del beat in Italia ebbe due canali ben distinti. I gruppi che si formavano erano in massima parte giovanissimi che già nel 1964-1965 sapevano tutto sui Beatles e sui Rolling Stones, avevano sentito i loro dischi, ammirato la loro strumentazione, copiato le loro pettinature. Gli altri meno giovani, provenivano dai giro degli orchestrali, dei night, delle balere, dei locali da ballo. I primi avevano l’organico tipico in solista-ritmica- basso-batteria (qualche volta un cantante solista); i secondi spesso avevano un sax, un piano, qualche volta addirittura tromba o organo. I secondi si dividevano in due categorie: quelli che rimanevano nel loro genere, destinati ad invecchiare male, ad essere a vita la brutta copia dei veri dominatori del night (Bruno Martino, Marino Marini, Fred Bongusto, ecc.); altri invece si adeguarono, passarono al nuovo genere con molta facilità ma anche con professionismo, inserendo strumenti elettrici, cambiando repertorio, ecc. Storicamente i primi erano destinati a soppiantare i secondi.
Inizialmente il successo dei gruppi beat in Italia fu abbastanza casuale: ancora oggi è difficile dire se quelli che sfondarono erano veramente i migliori; certamente erano quelli più furbi, più abili, maggiormente organizzati. Rokes, Delfini, New Dada, Equipe 84, Nomadi e Ribelli furono tra i primi a vendere centinaia di migliaia di copie dei loro dischi. Questo fu casuale fino ad un certo punto. I Rokes erano quattro ragazzi inglesi, che per uscire fuori dalla mischia inglese (certamente non erano in grado di farlo con i loro mezzi musicali) tentarono la carta di Amburgo, vincente già con i Beatles, prima di essere scoperti da Teddy Reno in un suo viaggio a Londra. E fin dal loro primo disco, “Un’anima pura”, versione beat ma non troppo di un brano di Don Marino Barreto Jr., il successo fu strepitoso. Residenti a Roma, i Rokes, molto furbescamente ma anche con un pizzico di ingeniuità, riuscirono a vendere la loro immagine prima della loro musica.
Amplificatori a parte, che in quel periodo ci sembravano potentissimi ma non sapevamo quello che ci aspettava, la cosa che faceva veramente rumore era la loro immagine. Nessuno di noi, per non parlare degli “altri”, aveva mai visto dei capelli così inconcepibilmente lunghi. Erano parrucche? No, erario proprio veri, anzi dalle pagine dei nostri giornali preferiti ci insegnavano come fare per averli come loro. Erano omosessuali? No, si facevano vedere in giro con ragazze bellissime e i loro camerini erano sempre affollatissimi. Avevano dei problemi ad andare in giro così? No, erano dei personaggi di successo, ci rubavano le ragazzine e avevano tutta la nostra più sincera invidia. E quindi ci mettemmo tutti a copiare il loro aspetto fisico, le loro mosse, i loro gusti. Altri fecero ancora di più: si misero a suonare come loro.
I Rokes causarorio il primo boom della musica beat italiana con “C’è una strana espressione nei tuoi occhi”, singolo che riuscì a vendere quasi mezzo milione di copie.
Del tutto diversa è la storia dell’Equipe 84, eterni rivali dei Rokes. Provenienti da Modena, provincia dimenticata ma sempre attiva, Maurizio Vandelli, Franco Ceccarelli, Victor Sogliani e Alfio Cantarella, inquadravano perfettamente il gruppo con una lunga gavetta e con improvviso colpo di fortuna, partiti con abili versioni italiane dei successi meno noti dei Rolling Stones, Mody Blues, Hollies, ecc. Il successo di queste due formazioni fu per almeno due stagioni veramente enorme. Ma dietro a loro non c’era certo il vuoto.

Da Padova arrivarono i Delfini, quattro elementi nel solito organico e divertente di cui i migliori esempi rimangono “Stasera sono solo” e “Quella dei sogni miei”.
Ancora da Modena uno dei più seri gruppi sfornati dall’ondata beat: I Nomadi, attivi ancora oggi a dieci anni dalla loro fondazione. “Come potete giudicar” un testo per quel periodo del tutto inusitato, ci proiettò direttamente nell’atmosfera di Bob Dylan, di Sonny & Cher, Barry Mc Guire e Peter, Paul e Mary, che era poi quella preferita del gruppo.
Da Milano i Camaleonti di Ricky Maiocchi, altra formazione sopravvissuta. Partiti al “Santa Tecla” di Milano, i cinque ottennero immediato successo con blande versioni italiane di pezzi stranieri, come “Sha la la la” (degli Small Faces) e “Chiedi, chiedi”. Dopo questi primi successi Ricky Maiocchi, leader della formazione, abbandonerà per tentare la carriera di solista (un buon successo con il primo singolo “Uno in più”, manifesto della Linea Verde).
Sempre da Milano i New Dada e i Dik Dik. I primi erano tutti ragazzotti dell’alta borghesia milanese con tanta fortuna e complici potenti dalla loro parte. Fu il gruppo che ebbe più agevolazioni di ogni altro. Vinsero il Festival dei Complessi di Rieti, inaugurarono il Piper di Milano, parteciparono a numerose trasmissioni televisive (“Chissà chi lo sa?”; “Studio Uno”, “Andiamoci piano”, “Musica da film”, “Aria condizionata”, ecc.), fecero parte della tournée dei Beatles del 1965 e di quella degli Stones del 1967. Musicalmente erano degli incapaci, ma furono il solo gruppo “kinky” del beat italiano. Le loro incisioni più note erano “La mia voce”, “L’amore vero”, oltre a qualche classico del rhythm and blues come “T Bird” e “I go crazy”. Dei sei originari componenti solo il cantante, Maurizio Arcieri, oggi trentatreenne, continua l’attività di solista, in un genere sentimental-intimista.

I Dik Dik, altro gruppo ancora in attività, che musicalmente erano praticamente nulli. C’era sempre qualche musicista a fargli le “basi”, ma loro erano scrupolosi nel repertorio e nel materiale da incidere, inoltre avevano un buon cantante, Lallo Sbrizziolo. Forse i Dik Dik furono gli unici ad indovinare in pieno con i primi dischi, da “1, 2, 3” (di Len Barry) a “Sognando la California” (il noto “California dreamin” dei Mamas & Papas). Un altro loro merito fu quello di scoprire il più importante compositore di musica leggera mai esistito in Italia: Lucio Battisti.
Da Verona arrivarono fra i primi i Kings, che inizialmente si fecero molta pubblicità soltanto per il fatto di essere confusi continuamente con i Kinks. Accompagnavano Dino, un cantante che stava vivendo il suo quarto d’ora di celebrità. Poi decisero di fare tutto da soli e all’inizio andò tutto bene. Incidevano brani di Dylan con testi cambiati o spurgati, come “La risposta”, “No, no bambina”.
Da Parma i Corvi, inizialmente originali e personali. I loro successi: “Datemi una lacrima per piangere”, “Luce”, “Ragazzo di strada”.
Ma agli albori del beat italiano vi erano due formazioni: Fausto Leali e i Ribelli. Leali, di Brescia, dal 1959 svolgeva attività professionistica. Fu il primo cantante ad interpretare e a far conoscere i pezzi dei Beatles. Nessuno sapeva chi erano, in Italia non se ne parlava per niente, ma Fausto aveva già i loro dischi e li studiava attentamente.
Ci credette subito ai Beatles e non per i capelli, ma per la loro musica: una musica fatta di passione e di cultura. Una musica geniale e nuova che Leali già presentava nel 1963. Con i Novelty ascoltò per ore ed ore i dischi dei Beatles e decise di interpretarli in Italia. “Please please me” fu la prima incisione di Leali, a cui seguirono altre versioni o pezzi originali sulla scia Beatles, di cui il più noto fu “La campagna in città”. Fausto Leali non venne comunque mai inserito nel beat, principalmente principalmente perché la moda imponeva un “gruppo vocale e strumentale”, non un cantante solista con un suo complesso. Leali non ottenne neanche dei grossi successi discografici nell’ambito del beat, ma il suo nome deve essere ricordato come quello di un anticipatore di notevole talento.
Diversa, anche se ugualmente antica, la storia dei Ribelli. Gianni Dall’Aglio all’età di quattordici anni era già il batterista nel complesso di Celentano; con lui vi erano due chitarristi: Giorgio Gaber e Gino Santercole. Nel 1960 arriva Natale Massara, strumentista molto preparato, e quando ai tre si aggiunge il chitarrista Giorgio Benacchio i Ribelli sono già nati. “Serenata a Vallechiara”, “Alle nove al bar”, “Danny Boy” e altri celebri pezzi del periodo costituivano il loro repertorio. Una delle idee diaboliche di Celentano fu quella di far incidere del dischi ad una misteriosa ragazza, “La ragazza del Clan” (che era Milena Cantù); i Ribelli portarono al successo, nel 1965, un pezzo che sfruttava proprio questa novità. “Chi sarà la ragazza del Clan?”, più di trecentomila copie vendute.
Il 1966 fu in assoluto l’anno del boom della musica beat in Italia. Tutto cambiava con una velocità incredibile, nelle classifiche di vendita discografiche ai primi posti solo complessi, così come nelle balere, nei night, nelle discoteche, ovunque. Si vendettero in pochi mesi molti milioni di dischi di questo genere. L’Equipe 84 “Resta” e “Io ho in mente te”: I Rokes “Ascolta nel vento” e “Che colpa abbiamo noi”; i Corvi “Sono un ragazzo di strada”; i Dik Dik “Sognando la California”; i New Dada “Non dirne più”; i Nomadi “Noi non ci saremo”; i Camaleonti “Io lavoro”; i Ribelli “Alla buena de dios”; i Giganti “Tema”, e tanti altri ancora.
Gran parte di questi titoli vennero presentati al Cantagiro del 1966, un autentico trionfo della musica beat, dove tutti questi gruppi misero in ombra Rita Pavone, Gianni Morandi e i vari Mariolino Barberis, da sempre idoli e miti della gara canora a tappe.
Ma già nel 1967 si cambiava strada. Equipe 84 e Rokes i due gruppi più noti, entravano in crisi. Non era una crisi di carattere economico o discografico, i loro dischi si vendevano benissimo, bensì una crisi di scelta, di genere. Mogol, Lucio Battisti e tutta l’Equipe misero fine al beat con “29 settembre”, un colossale boom discografico. Sulla scia dei Beatles le direzioni cambiavano in favore del complicato, del ricercato, delle sonorità volute in sala di registrazione. I Rokes, ancora più spaesati, si gettavano sull’onda del flower-power, seguendo anche la moda dei titoli chilometrici (“Cercate di abbracciare tutto il mondo come noi”, disco profumato, ecc.).
I Giganti andavano a Sanremo con “Proposta” (“Mettete dei fiori nei vostri cannoni”); i Nomadi seguivano il loro naturale istinto folk stringendo anche la collaborazione con Guccini e uscendo automaticamente dai circuiti beat (ma il loro “Dio è morto”, fu comunque un buon successo discografico); i Ribelli, con il nuovo cantante Demetrio, abbandonavano Celentano e il suo clan e da una parte si affiancavano all'”easybeat” (“La follia”), dall ‘altra seguivano la nuova ondata melodica (“Pugni chiusi”); Dik Dik e Camaleonti si limitavano a riprendere i successi del gruppo più in voga nel 1967, i Procol Harum (“Senza luce” i Dik Dik, versione del famoso “A whiter shade of pale”; “L’ora dell’amore” i Camaleonti, versione di “Homburg”). Era finita in pratica una stagione, breve e luminosissima.
A conti fatti il beat italiano non è stato particolarmente creativo, ma neanche fatalmente inespressivo. Copiare era logico, ispirarsi di rigore, cercare di avere successo anche. Di positivo senz’altro ci fu questo ritorno alla musica “strumentale”, a certi strumenti visti da vicino, un aggancio ad una situazione che non è mai partita dall’Italia. Da ricordare infine che tutti questi gruppi, con i loro dischi, i loro concerti, i loro aspetti e atteggiamenti, con tutto quel “bagaglio primitivo” che oggi notiamo, posero le basi per i gruppi della seconda generazione, cioè New Trolls, Formula Tre, Orme, che in fatto di sincerità, di simpatia e di umilità, avevano tutto da imparare da questi primi capelloni, da quei cari, cari “chitarroni” che tanto importanti sono stati per il nostro svezzamento musicale e che sicuramente rimarranno nei nostri cuori.
D. Salv.
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