Krisma: I Terroristi del “Punk” (Playmen, August 1977)

Occhi bistrati, slip di cuoio, spille nel naso, enormi sessi finti e bestemmie. insulti e vomito sono gli ingredienti del nuovo “sound” inventato dall’industria discografica

Hanno cominciato a Londra e ora e’ diventata una moda consumistica e le ragazze “punk” (che vuol dire “marcio, fradicio”), con le enormi bocche dentate disegnate sul ventre si fanno chiamare “cagna regina “, “marmellata di fica”, “profilattico rosso”.

Chrisma, 1977

Vomito, bestemmie, insulti, sesso, ritmi sgangherati, assordanti, delirio, spille da balia appuntale al naso, lucchetti al collo, catene, cuoio, ecco il «punk rock», il nuovo genere musicale nato nell’East Coast carpito forse dalle pagine di Eldridge Cleaver dove “la violenza diventa un piccione viaggiatore volteggiante sopra i ghetti in cerca di cervelli in cui fare il nido per la stagione”.

Col «punk rock» esasperazione, emarginazione, irrazionalità, hanno trovato le note giuste per uscire dai ghetti e diventare fenomeno di costume. I giovanissimi l’hanno immediatamente accettato, ne hanno fatto la loro bandiera in nome di una dissacrazione che tutto coinvolge: famiglia, sesso, istituzioni. 

Aveva cominciato Mick Jagger a buttare addosso alla principessa Lee Radzwill, la sorella di Jackie Kennedy, un pollo in gelatina. Eravamo negli anni Sessanta: tutto si risolse con la storia “è tanto eccentrico, carino”.
La dissacrazione c’era stata anche da noi in teatro con Carmelo Bene che pisciava sugli spettatori delle prime file. Poi tutto è stato integrato, compreso nei consumi giornalieri.

Mick Jagger intanto si è ritirato nel suo studio a decifrare i moduli delle tasse sempre più consistenti per i proventi dei concerti e dei dischi; Carmelo Bene ha accettato l’establishment culturale italiano recitando per la televisione, dibattendo con Strehler e company, su «L’Espresso» abiurando le cantine per i teatri borghesi. Eroi d’altri tempi. 
Le nuove generazioni non ci si sono più identificate, li hanno «abrogati» e l’industria discografica s’è messa alla ricerca di un prodotto simbolo sostitutivo, andando persino a ripescare il vecchio Elvis Presley, gonfio, inamidato fino al disgusto, ormai anche lui nel biglietto tutto compreso alle Hawaii di qualche agenzia di viaggi americana specializzata in gite turistiche per vecchi pensionati. Ci ha pensato Londra, i suoi pubs, i diseredati del Mlidlands, dove droga, incazzatura e birra sono all’angolo di ogni strada a dare alle case discografiche la nota giusta per l’internazionale della violenza.

Chrisma - Maurizio Arcieri

«Punk» in inglese vuoi dire marcio, fradicio, miserabile e anche puttana, prostituta. La miscela era lì pronta, da «tagliare» con i vecchi schemi del rock and roll. I suoi effetti dirompenti: uno spettatore durante un concerto in una sala di Londra, per una rissa, ha perso un occhio. «Il 1977 non sarà un anno buono per i ricchi. Nei quartieri di lusso spunteranno coltelli e pistole a tutti gli angoli», dice Mike, 18 anni, chitarra solista dei «Clash» (letteralmente significa scontro) e ancora: «La violenza nella nostra musica riflette la volontà di non rimanere nella merda». «Immagino che non avrei dovuto strangolarla a morte, ma aveva l’ acne…», dice il testo di una canzone degli «Strangler», gli strangolatori.

Dichiarazioni, nomi dei complessi tutti sostenuti dalla più sfrenata improntitudine: accanto agli Strangolatori fioriscono «I dannati»,  «I vibratori», «I massacratori», «Mangiatori», «Le pistole del sesso»
La rivista «Gong», mensile di musica e cultura progressiva, intervistando qualche mese addietro alla Round-house di Londra Hugh, cantante e musicista degli «Eddie and the Hot Rods», riportava queste sue parole: 
«Essere punk significa scioccare la gente per una nuova consapevolezza, tirarla fuori dalla sua apatia. I capelli lunghi venivano finora usati per questo, ma ora non servono più. Allora noi li sciocchiamo in un altro modo. C’è stato un vuoto reale nella scena musicale in questi ultimi cinque anni e i ragazzi hanno bisogno di eroi. Noi, stai sicuro, siamo ciò di cui hanno bisogno». 

Maurizio Arcieri

Allora il punk, un bel circo tutto variopinto. contro la noia dell’«esistenza»? Di primo acchito potrebbe sembrare, le interviste stanno lì. Ma molti di questi ragazzi vengono dai riformatori dove hanno passato la maggior parte della loro vita. Che ne sanno questi di etichette, di comportamenti, dell’arte del dire e non dire: vanno in televisione e sputano su quello che hanno più a portata di voce: la regina Elisabetta, la madre, il padre, le istituzioni. L’ordine precostituito li addita subito come nemici perché non li comprende. perché rappresentano il nuovo cioè la paura. Li combattono. Non li accettano nelle sale delle loro città, li fanno martiri, costringono i giornali ad interessarsi di loro. La forza della loro ingenuità, del loro infantilismo. della loro rabbia è quella degli eterni disoccupati. 

E chi li ferma? Non certo i dipendenti di una casa discografica italiana che avrebbero scioperato qualora fossero stati accolti e diffusi i nastri registrati di questi complessi punk. Gente che ha spazzato i cessi pubblici, che ha fatto lo scavafosse in un cimitero come David Vanium dei «Dannati», indietro non ci torna. 
C’è l’esempio dei «Tubes» : per anni erano stati respinti da tutte le etichette grandi e piccole. «Le case discografiche ci hanno creato molte difficoltà», dice Anderson, uno dei componenti del complesso. 
«Sembrava che tutti cercassero qualcosa di molto simile a quello che già stavano vendendo. C’erano molte richieste per i gruppi country-rock per esempio. Ci dicevano che il glitter-rock era morto. E noi continuavamo a dire che non eravamo glitter-rock, ma loro continuavano a sentire le canzoni di Quay Lewd e a cercare di classificarci in quella categoria». 


Chrisma (Krisma) – “U – I Dig You” and Interview to Maurizio Arcieri (1977)

Agli inizi degli anni Settanta Spooner e il suo complesso erano un anonimo quartetto di Phoenix che tutte le sere cercava di esibirsi per il numero d’apertura con costumi diversi. 
«Avevamo ideato anche una specie di melodramma spaziale». dice Spooner. «Una commedia che aveva come protagonisti un capitano di una navicella spaziale e un pianeta di donne affamate di sesso. Pensavo sempre che se piaceva a me sarebbe piaciuto anche al pubblico. Ma Phoenix era un vicolo cieco così ci siamo trasferiti a San Francisco. Siamo riusciti solamente a farci la fama di svitati. Per tanto tempo non abbiamo trovato lavoro da nessuna parte». 
Quando le cose si misero male finanziariamente, Spooner accettò di scopare il pavimento del Winterland nella zona della Baia di San Francisco. Ciononostante il complesso non si era sciolto anzi, continuava a fare nuovi esperimenti. Se nessuno voleva scritturarli, producevano lo show da soli, affittavano un teatro, stampavano e distribuivano centinaia di biglietti e scritturavano i cantanti per il numero di apertura. 
Generalmente gli spettacoli andavano bene, ma qualche volta continuavano ad essere accolti male, soprattutto quando facevano l’apertura per spettacoli rock più seri. Il cantante Waybill racconta che il peggio è stato la sera che hanno fatto l’apertura per John McLaughlin. «Abbiamo fatto il numero “Wonder bread” proprio all’inizio. 
Avevamo qualcosa come 72 pagnotte. Ero vestito di bianco e portavo guanti bianchi. Durante la canzone buttavo pane agli spettatori. Per 40 minuti il pane è tornato cui palcoscenico. qualcuno ha cominciato per divertimento. Gli altri erano veramente incazzati. Si levavano le scarpe e ce le tiravano. Dopo lo show abbiamo trovato scarpe, pompelmi, un sacco di roba. C’era un tipo che ci seguiva in tutti i club dopo lo spettacolo. Quando eravamo in scena stava sempre davanti a noi. agitava il pugno e ci insultava. Mi faceva diventare matto. Una volta ho visto che stava prendendo la mira per lanciarmi una bottiglietta. Per fortuna gli inservienti l’hanno fermato, in un lampo e buttato fuori della sala». 
Storie d’altri tempi. E’ bastato trovare due persone in gamba, due manager, Mort Mortriary e Gary Peterson e le cose si sono messe in maniera decisamente diversa. Il tizio sempre pronto a lanciare qualche cosa, i Tubes se lo sono visto davanti in un concerto a Santa Cruz, ma stavolta non tirava niente, applaudiva soddisfatto. 


Chrisma (Krisma) e lo scandalo del PUNK nella redazione di Sorrisi e Canzoni (1978)

Ancora adesso i numeri dei Tubes sono un po’ rozzi, ma il complesso «tira» e da Minneapolis a Detroit le scritture fioccano. Spamer e compagni hanno fatto capire agli spettatori dei concerti pop che si può ridere di se stessi, di altri feticci (eroi, lustrini, gadgets consumistici, peni finti, masturbazione, sesso) senza che umorismo e commento sociale occasionale vadano a scapito della musica. 
«Penso che la gente sia alla ricerca di qualcosa di nuovo», dice Mortriary e aggiunge: «Penso anche che il pubblico abbia voltato le spalle agli spettacoli rock tradizionali. La gente si è annoiata». 
Una sensazione che ha fatto il giro del nondo senza che ci fossero portavoce ufficiali come erano stati a loro tempo i Beatles o i Rolling Stones. 

Però per scatenare morbosa curiosità o sciatte riprovazioni c’è voluto il concerto di Leeds teletrasmesso in diretta dalla televisione inglese, durarne il quale i «Sex pistols» hanno fatto di tutto: dall’insultare il pubblico, la regina, alle parolacce, al vomito.

Un happening che ha ottenuto, il passaporto per l’Italia anche se da noi la rubrica televisiva «Odeon» aveva già proposto il punk made in Italy in un servizio sul complesso dei «Chrisma» (un nome che é la sintesi dei fondatori del complesso, cioè di Maurizio Arcieri e Christina, sua moglie).

Quella trasmissione rappresentò una piccola rivoluzione se non altro perché informò il grosso pubblico che ormai la musica non é solamente note, ma anche teatralità, gestualità. 
Un fenomeno nuovo che Maurizio aveva avvertito fin dall’altro anno quando il punk rock, la violenza della musica, erano un tramite usato dalle «bande della nuova ondata», formate da ragazzi dai 13 ai 16 anni, per costringere la gente a pensare differentemente, a non nascondersi dietro i paraventi del consenso facile.

«I primissimi suonatori di punk, quelli che suonavano nelle cantine del’hinterland londinese per pochi amici. non avevano niente a che fare con quelli dell’Arancia meccanica», dice Maurizio. 

Maurizio e groupies

«Questi gruppi volevano in fin dei conti solamente esorcizzare con la musica un certo tipo di violenza, tutto sommato farla diventare un fenomeno da baraccone. Quello che caratterizzava il punk era un fatto estetico ben preciso non tanto una situazione musicale». In pochi mesi c’è da dire che il punk ha fatto una bella strada se adesso un disco di grande successo sta suscitando polemiche e imbarazzo in tutta la Gran Bretagna e all’estero. Si tratta di una versione dell’inno nazionale inglese «God save the Queen» pesentato dai «Sex pistols», le pistole del sesso, che hanno cambiato i versi originari in questo modo: «Dio salvi la Regina, un regime fascista Vi ha fatto diventare una irnbecille, una bomba H in potenza, Dio salvi la Regina, non è un essere umano. non vi è futuro nel sogno dell’Inghilterra». In una strofetta hanno liquidato gli sfarzosi festeggiamenti per i 25 anni di regno di Elisabetta li che aveva bisogno di riproporsi ai sudditi come un oracolo a cui votarsi in un momento di tanta confusione morale ed economica per Il Regno Unito. 
Tant’é: gli organizzatori del complesso stano stati costretti a sospendere le tournées di Mike e compagni. Fatti di cronaca che non potevano non arrivare in Italia. 

Lo abbiamo domandato a Maurizio quanto questo fenomeno abbia inciso sulle sue scelte musicali e non.


Sex Pistols – God Save The Queen

«Prima di formare il complesso ho girato il mondo, il mondo musicale, quello che conta, New York, San Francisco, Detroit, Londra, Parigi e avevo avvertito che si stava muovendo qualcosa
Però fino ad un anno fa era tutto assai nebuloso. In fin dei conti senza avere grandi riferimenti americani ho subito gli stessi processi mentali di tanti che hanno messo su gruppi punk. Anch’ io mi sono trovato con i capelli corti, trasandato, da un giorno all’altro. E questo vale anche per come ho organizzato scenicamente i componenti del complesso. 
Ti faccio un esempio. Gli occhialini neri che adesso tutti i complessi punk usano noi li usiamo da quando abbiamo cominciato».

«Ma a parte gli occhialini, ho visto che ti sei aggiornato nei gesti, nei rituali, nei simboli. Ora fai il segno della P 38». 

«Prima di tutto intendiamoci bene sui simboli», mi risponde. 
«Il segno delle due dita è sempre stato il simbolo dell’energia. Per me rappresentava un’altemativa al normale saluta con la mano. Poi la P 38 ha preso le prime pagine dei giornali, allora certo è entrata nel nostro repertorio gestuale ma col preciso intento di esorcizzare in palcoscenico un simbolo di violenza, ma anche di malessere di molti giovani che non si riconoscono in questa società. Un’operazione che ho compiuto anche con il problema della droga. Comunque molto spesso i risultati sono stati contrari alle nostre intenzioni. Per esempio a Imola hanno pensato che i nostri gesti, la P 38. fossero una istigazione alla violenza e si stava mettendo veramente male».

Gli domando: «Hai avuto inconvenienti di questo genere in altre città di provincia?». 

«No, direi proprio di no, anche se spesso gli applausi venivano senza capire quello che stavamo facendo in scena. Nelle grandi città invece c’é stato più dialogo, comprensione: una vera soddisfazione, tant’è vero che mi sono deciso a produrre io un altro complesso di punk. I guadagni non sono ecessivi, molte volte dipendono da quello che incassa per un concerto il gestore del locale, importante è essere al passo con i tempi. E poi non credere che questi complessi inglesi scatenino sempre follie urlanti e risse furibonde. Quando sono andato a sentire i “Clash” al Rochy al massimo sono volati due cazzotti».

Intanto mentre lohnny Rotten, cantante solista dei «Sex pistols», continua ad inssltare il pubblico a dichiarare che è ora di finirla con le fatuità e bisogna fare i conti con la realtà di tutti i giorni anche se marcia, putrida, nell’elegante quartiere londinese di Chelsea, in King’s Road, è sorta «Smutz», la prima boutique specializzata in ogetti e vestiti punk. 

Qui si vende di tutto dai «classici» giubbetti di pelle, agli occhiali bianchi da mettere su occhi bistrati (è di moda il disegno delle ali di farfalla), ai pantaloni legati con fibre in basso come portavano i ciociari, alle scarpe da pallacanestro, per finire agli oggettini sado-masochisti tipo anelli di cuoio per il collo, polsi ferrati, magliette con cerniere lampo sui seni, slip carenati con cuoio pesante all’altezza dei coglioni.

Un armamentario distante anni luce da tutta quella roba che ora si trova nelle boutiques più à la page ispirata ai pezzi di abbigliamento di quelli che furono le stars del pop.
Come superati sono i concetti di amore universale, «vibrazioni», che avevano fatto il giro delle maggiori piazze americane ed europee ingigantendo a consumo di massa comportamenti e mode hippies.

Le ragazze punk si fanno chiamare Cagna regina, Mercatino delle pulci, Putty la sexy, Marmellata di fica, Profilattico rosso, e anche se sciatte, sono bravissime a disegnarsi sul ventre o sulle cosce bocche paurosamente dentate che mostrano compiaciute magari con la proposta di «sessare» (farsi un scopata e via). 

«Per me amare è solo una grande parola di quattro lettere (love) che vende libri, auto, dischi, tutto. Almeno il sesso è un atto onesto: se hai fame, mangi. Quando mi va scopo».
Così ha detto Tudy Nylon, cantante dei «Cho-Cha» alla rivista «Gong».

Nei complessi punk anche il sesso serve per scuotere la gente, per cui lamenti, sussurri, ammiccamenti, espressi desideri che in Italia stanno facendo la fortuna di tante presunte cantatnti, nel punk si trasformano in insulti, parolacce, urla.


The Tubes – White Punks On Dope (Live @ Ogwt – 1977)

Per i vari Steve Jone, Paul Cooke, Johnnuy Rotten la violenza musicale è fine a se stessa.
«La gente si annoia, afferma Rotten, «e pe questo ha un continuo bisogno di sfogarsi contro qualcuno. Che se la prendono con noi tanto non ce ne frega niente… Oggi c’è bisogno di fatti e di parole nuove, nella vita come nelle canzoni». (…)

Janis Joplin, la droga, i fiori sopratutto i fiori sono finiti, si sono ritirati nelle campagne, sui monti, negli angoli delle strade conquistati da uno stuolo di giovani sbandati che propagandano le fede dei Mormoni, la fede Baha’i, il verbo di Sun Myung Moon. Il pop, il rock sono «terroristi» di altri tempi: il costume dovrà vedersela con questi nuovi ragazzi, adolescenti reclutati da una società che fa poco o niente per loro.

Esorcizzare repulsione, rivolta istintiva attraverso la musica, il palcoscenico è avere tra le mani una patata bollente ma che può procurare ustioni, come è accaduto a Maurizio a Imola, ma che può anche convincere i più dritti a rimescolare i calderoni delle mode, degli usi, delle abitudini per mettere a bollire patate fresche di stagione.

articolo di SERGIO MARCHETTI
fotografie di YORAM KAHANA e ETTORE CASTELLANO

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